21.04.2006
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Rischio giro-vita per le malattie del cuore
Ad Atlanta concordia sugli approcci preventivi

Ancora una volta, la Medicina generale marca una pietra miliare in prevenzione cardiovascolare.
Nel 2004 era stato il monumentale Interheart (coordinato dal canadese Salim Yusuf) a fare ordine nei fattori di rischio di eventi cardiovascolari. Nove, per la precisione. E, sorpresa, a sostituire il Bmi (indice di massa corporea) era comparso il più semplice
giro-vita, in cm.
Oggi, dalle aule dell'Acc (American College of Cardiology) di Atlanta, transumanza mondiale di specialisti di cuore e dintorni forte di 30 mila partecipanti, il giro- vita ribadisce prepotentemente il suo ruolo, confermandosi per tutti fattore tanto semplice, quanto predittivo di malattia cardiovascolare e, soprattutto, indipendente dal Bmi. Merito dello studio Idea (International Day for the Evaluation of Abdominal Obesity), condotto nel 2005 in due mezze giornate, grazie allo sforzo congiunto di oltre seimila ambulatori di Medicina generale in 63 nazioni (Italia compresa; i dati relativi al nostro paese verranno comunicati a breve), che hanno misurato il girovita di una popolazione non selezionata di oltre 168 mila soggetti tra 18 e 80 anni (69.409 uomini, 98.750 donne), valutandone l'associazione con la malattia cardiovascolare e l¹interazione con altri fattori di rischio cardiometabolico tra i più semplici, come età e Bmi.

Steve Haffner, guru planetario dell'epidemiologia, in forze allo Health Science Center di San Antonio (Università del Texas), ne sintetizza così l'impatto: «I valori cut-off iniziali erano per tutti pari a 102 cm per gli uomini e a 88 cm per le donne. Abbiamo utilizzato gli opportuni aggiustamenti per omogeneizzare i dati di aree geografiche così diverse; ne è emerso che sia l'età, sia il Bmi, sia il giro-vita sono associati in modo indipendente con il rischio cardiovascolare. Ma i cm di troppo pesano molto di più del Bmi, anche dopo aver aggiustato i valori per l'età del soggetto».
In pratica: per ogni intervallo di 16 anni il rischio si triplica nei due sessi; ogni incremento del giro-vita di 14 cm negli uomini e 14,9 cm nelle donne lo fa balzare dal 21 al 40 per cento.

Attenzione quindi a chi, con Bmi nella norma, accumula grasso viscerale (situazione comune nelle donne in menopausa): il rischio per le arterie cresce senza deroghe.
E che il grasso viscerale sia un organo metabolico a tutti gli effetti si conferma anche con l'analisi a un anno degli studi del programma RIO (Rimonabant in obesity and related metabolic disorders): grazie all'antagonismo sui recettori Cb1, nel cervello e nel tessuto adiposo, nei muscoli e fino al fegato, non è soltanto la perdita ponderale a emergere: rimonabant 20 mg, infatti, stimola un riequilibrio dei principali parametri cardiometabolici, che va ben oltre quello indotto dalla diminuzione dei chili in più: il riaggiustamento dei classici colesterolemia Hdl, trigliceridemia, glicemia a digiuno (nei non diabetici), oltre ad adiponectina (nel tessuto adiposo) e HbAc1 (nei diabetici di tipo 2) viene infatti incrementato tra il 45 e il 57 per cento.

Proprio le Hdl, tra l'altro, si stanno mettendo in luce come parametro positivo su cui porre rinnovata attenzione, quando si valuta l'efficacia di un intervento di riequilibrio lipidico, che sia sul solo stile di vita oppure associato a un ipolipidemizzante. Nel trial Asteroid, infatti, la riduzione dell¹ateroma rilevata agli ultrasuoni intravascolari è probabilmente attribuibile al doppio effetto di marcata riduzione delle Ldl (- 53,2 per cento) e di incremento delle Hdl (+ 14,7 per cento). Su statine e antipiastrinici L'Asteroid si è basato su un trattamento estremamente aggressivo di 507 pazienti: rosuvastatina 40 mg/die per due anni. È la prima dimostrazione della possibilità di reversione dell'ateroma, che perde gran parte della componente lipidica verso una maggiore stabilizzazione.

Si tratta quindi di risultati preliminari che, allo stato attuale, non possono essere estrapolati in termini di riduzione di eventi vascolari maggiori. Intanto un'altra statina, atorvastatina, porta evidenze agli effetti pleiotropici antinfiammatori della classe: nel piccolo, ma significativo studio Armyda-3, condotto a Roma, Campus Biomedico, dal gruppo di Giuseppe Patti su 200 pazienti (uomini e donne), la somministrazione della statina 40 mg/die (a confronto con placebo) nella settimana precedente un intervento cardiochirurgico elettivo, ha ridotto sia l'insorgenza di fibrillazione atriale (35 vs 57 per cento) post-intervento, sia i giorni di degenza. E proprio sulla necessità di terapia antiaggregante sostenuta, dopo un evento vascolare maggiore o malattia conclamata, si sono focalizzati i commenti seguiti al trial Charisma (Clopidogrel for high atherothrombotic risk and ischemic stabilization, management and avoidance), che ha indagato due popolazioni, per un totale di 15603 soggetti oltre i 45 anni: l'una ad alto rischio di evento aterotrombotico (prevenzione primaria), l'altra con malattia conclamata (prevenzione secondaria). Proprio in questo gruppo, l'aggiunta di clopidogrel ad Asa (e a terapia standard) ha ridotto il rischio relativo di nuovi eventi del 12,5 per cento. Ciò che non accade per il primo gruppo, dove si è verificato invece un incremento del rischio, seppure non significativo.

«Questo trial ­ commenta Diego Ardissino, coordinatore del gruppo italiano del Charisma ­ conferma l'efficacia salvavita di un trattamento antiggregante massiccio nel post-Ima, dopo un ictus e nell'arteriopatia periferica conclamata, oltre che nell'angina instabile».
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