Rischio giro-vita per le malattie del cuore
Ad Atlanta concordia
sugli approcci preventivi
Ancora
una volta, la Medicina generale marca una pietra miliare
in prevenzione cardiovascolare.
Nel 2004 era stato il monumentale Interheart (coordinato
dal canadese Salim Yusuf) a fare ordine nei fattori di rischio
di eventi cardiovascolari. Nove, per la precisione. E, sorpresa,
a sostituire il Bmi (indice di massa corporea) era comparso
il più semplice
giro-vita, in cm.
Oggi, dalle aule dell'Acc (American College of Cardiology)
di Atlanta, transumanza mondiale di specialisti di cuore
e dintorni forte di 30 mila partecipanti, il giro- vita
ribadisce prepotentemente il suo ruolo, confermandosi per
tutti fattore tanto semplice, quanto predittivo di malattia
cardiovascolare e, soprattutto, indipendente dal Bmi. Merito
dello studio Idea (International Day for the Evaluation
of Abdominal Obesity), condotto nel 2005 in due mezze giornate,
grazie allo sforzo congiunto di oltre seimila ambulatori
di Medicina generale in 63 nazioni (Italia compresa; i dati
relativi al nostro paese verranno comunicati a breve), che
hanno misurato il girovita di una popolazione non selezionata
di oltre 168 mila soggetti tra 18 e 80 anni (69.409 uomini,
98.750 donne), valutandone l'associazione con la malattia
cardiovascolare e l¹interazione con altri fattori di
rischio cardiometabolico tra i più semplici, come
età e Bmi.
Steve
Haffner, guru planetario dell'epidemiologia, in forze allo
Health Science Center di San Antonio (Università
del Texas), ne sintetizza così l'impatto: «I
valori cut-off iniziali erano per tutti pari a 102 cm per
gli uomini e a 88 cm per le donne. Abbiamo utilizzato gli
opportuni aggiustamenti per omogeneizzare i dati di aree
geografiche così diverse; ne è emerso che
sia l'età, sia il Bmi, sia il giro-vita sono associati
in modo indipendente con il rischio cardiovascolare. Ma
i cm di troppo pesano molto di più del Bmi, anche
dopo aver aggiustato i valori per l'età del soggetto».
In pratica: per ogni intervallo di 16 anni il rischio si
triplica nei due sessi; ogni incremento del giro-vita di
14 cm negli uomini e 14,9 cm nelle donne lo fa balzare dal
21 al 40 per cento.
Attenzione quindi a chi, con Bmi nella norma, accumula grasso
viscerale (situazione comune nelle donne in menopausa):
il rischio per le arterie cresce senza deroghe.
E che il grasso viscerale sia un organo metabolico a tutti
gli effetti si conferma anche con l'analisi a un anno degli
studi del programma RIO (Rimonabant in obesity and related
metabolic disorders): grazie all'antagonismo sui recettori
Cb1, nel cervello e nel tessuto adiposo, nei muscoli e fino
al fegato, non è soltanto la perdita ponderale a
emergere: rimonabant 20 mg, infatti, stimola un riequilibrio
dei principali parametri cardiometabolici, che va ben oltre
quello indotto dalla diminuzione dei chili in più:
il riaggiustamento dei classici colesterolemia Hdl, trigliceridemia,
glicemia a digiuno (nei non diabetici), oltre ad adiponectina
(nel tessuto adiposo) e HbAc1 (nei diabetici di tipo 2)
viene infatti incrementato tra il 45 e il 57 per cento.
Proprio le Hdl, tra l'altro, si stanno mettendo in luce
come parametro positivo su cui porre rinnovata attenzione,
quando si valuta l'efficacia di un intervento di riequilibrio
lipidico, che sia sul solo stile di vita oppure associato
a un ipolipidemizzante. Nel trial Asteroid, infatti, la
riduzione dell¹ateroma rilevata agli ultrasuoni intravascolari
è probabilmente attribuibile al doppio effetto di
marcata riduzione delle Ldl (- 53,2 per cento) e di incremento
delle Hdl (+ 14,7 per cento). Su statine e antipiastrinici
L'Asteroid si è basato su un trattamento estremamente
aggressivo di 507 pazienti: rosuvastatina 40 mg/die per
due anni. È la prima dimostrazione della possibilità
di reversione dell'ateroma, che perde gran parte della componente
lipidica verso una maggiore stabilizzazione.
Si
tratta quindi di risultati preliminari che, allo stato attuale,
non possono essere estrapolati in termini di riduzione di
eventi vascolari maggiori. Intanto un'altra statina, atorvastatina,
porta evidenze agli effetti pleiotropici antinfiammatori
della classe: nel piccolo, ma significativo studio Armyda-3,
condotto a Roma, Campus Biomedico, dal gruppo di Giuseppe
Patti su 200 pazienti (uomini e donne), la somministrazione
della statina 40 mg/die (a confronto con placebo) nella
settimana precedente un intervento cardiochirurgico elettivo,
ha ridotto sia l'insorgenza di fibrillazione atriale (35
vs 57 per cento) post-intervento, sia i giorni di degenza.
E proprio sulla necessità di terapia antiaggregante
sostenuta, dopo un evento vascolare maggiore o malattia
conclamata, si sono focalizzati i commenti seguiti al trial
Charisma (Clopidogrel for high atherothrombotic risk and
ischemic stabilization, management and avoidance), che ha
indagato due popolazioni, per un totale di 15603 soggetti
oltre i 45 anni: l'una ad alto rischio di evento aterotrombotico
(prevenzione primaria), l'altra con malattia conclamata
(prevenzione secondaria). Proprio in questo gruppo, l'aggiunta
di clopidogrel ad Asa (e a terapia standard) ha ridotto
il rischio relativo di nuovi eventi del 12,5 per cento.
Ciò che non accade per il primo gruppo, dove si è
verificato invece un incremento del rischio, seppure non
significativo.
«Questo
trial commenta Diego Ardissino, coordinatore del gruppo
italiano del Charisma conferma l'efficacia salvavita
di un trattamento antiggregante massiccio nel post-Ima,
dopo un ictus e nell'arteriopatia periferica conclamata,
oltre che nell'angina instabile».
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